Montecchio

Ex Frantoio, 1944

Il paese di Montecchio si trova sulle rive dell’Enza e da questa posizione ha ricavato effetti ambivalenti: in varie circostanze la presenza del fiume ha portato danni in orma di piene e alluvioni; ma essa ha implicato anche il continuo trasporto a valle di ciottoli di svariate dimensioni e di materiale inerte costituito perlopiù da detriti di rocce, costituendo una sorta di grande magazzino edile.
Lo sfruttamento industriale della cava fluviale prende avvio verso la fine del XIX secolo , con la costruzione nel 1897 del ponte in muratura tra Montecchio e Montechiarugolo. All’inizio del nuovo secolo sorgono in zona le prime cooperative in campo edile, che raggruppano anche i braccianti che lavorano sul greto, i cosiddetti “giarèin”. A questi si affiancano presto i “barosèr” ossia i conduttori di barrocci a traino animale che svolgono il servizio di trasporto del materiale. La principale azienda del settore è la Cooperativa Muratori e Birocciai di Montecchio, allora presieduta da Eugenio Giglioli.
Con la costruzione della ferrovia Reggio-Ciano, iniziata nel 1907 dal Consorzio Cooperativo di Produzione e Lavoro di Reggio Emilia, la cava fluviale di Montecchio si trova ad essere la primaria fornitrice di materiale lapideo per il sottofondo e per la massicciata della ferrovia. La ferrovia (e la sua diramazione Barco-Montecchio) viene inaugurata il 15 ottobre 1909. Già da allora a Montecchio i binari della ferrovia vengono estesi sino al greto dell’Enza tramite un raccordo che dalla stazione, costeggiando la strada per il ponte, scende fino all’argine e, con l’azionamento di uno scambio ferroviario, permette addirittura ai vagoni di raggiungere l’alveo del torrente.
Dopo la prima guerra mondiale la Cooperativa Braccianti di Montecchio ottiene la concessione estrattiva rilasciata dal demanio e per una più comoda movimentazione del materiale estratto si dota di vagoncini decauville con binario a scartamento ridotto e conduzione manuale. Sul finire degli anni ’20 il regime fascista, nell’ambito dell’inglobamento del sistema cooperativo, riesce a privatizzare l’attività di bracciantato: subentra così nella concessione per l’estrazione della ghiaia a Montecchio Ferruccio Gualerzi con i figli Oscar, William e Sergio; e viene costruito il primo impianto meccanico di frantumazione della ghiaia, funzionante ad energia elettrica.
Il frantoio si trova a ridosso della strada che conduce al ponte (nei pressi della presa d’acqua del canale Vernazza). Nell’anno 1930 la ditta Gualerzi produce e commercia oltre 40.000 tonnellate di ghiaia. Poco dopo l’impianto passa in gestione all’impresa del geometra Chierici di Reggio Emilia, specializzata nella costruzione di strade. Viene quindi costruito un secondo frantoio sulla riva destra dell’Enza a Montecchio, a lato del ponte, 80 metri in direzione nord.
Già dagli anni ’30, operaio al frantoio è Armando Bertani (detto “Ciottolaio”, che più avanti diverrà capo cantiere) e con lui altri operai di diversi casati montecchiesi: Bertani (“barosèr” detti “Rabèin”), Pattacini, Virginio Bertani (“Vergiòn”), Motti (“Ciurlìn”), Tondelli, Spaggiari, Colli, Reverberi e tanti altri. In quegli anni, contemporaneamente ai vari conduttori di cavalli e barrocci, si iniziano a vedere i primi mezzi meccanici di trasporto: sono trattori agricoli funzionanti a petrolio con carri sostituiti poi dai primi camion con cassone rinforzato. In questa attività “di trasporto motorizzato”, uno dei primi è Giovanni Bronzoni che in seguito aprirà una importante officina meccanica nel centro del paese. La gestione Chierici del frantoio montecchiese dura solo pochi anni: ad essi subentra l’impresa del geometra Sisto Tirelli, con sede societaria a Reggio Emilia in via Castelli 1.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale le cose precipitano: aumento dei prezzi, uomini richiamati alle armi, netto calo delle costruzioni; per tutto questo la funzionalità del frantoio montecchiese prosegue a ritmo ridotto, col capo cantiere Bertani costretto a volte “a farsi in quattro” pur di garantire le consegne di materiale. Nel settembre 1944 l’impianto di frantumazione della ghiaia di Montecchio viene acquistato dal Consorzio Cooperativo di Produzione e Lavoro di Reggio per 250.000 lire. I continui bombardamenti al ponte convincono fin da subito i vertici del CCPL a sospendere le lavorazioni e a smontare il frantoio onde non mettere in pericolo i lavoratori ed evitare danneggiamenti ai macchinari dovuti allo scoppio degli ordigni: così gli operai atterrano l’incastellatura in legno e mettono da parte i congegni meccanici ed i motori elettrici. Segnati e numerati tutti i pezzi, ne viene nominato responsabile il “Ciottolaio” Barbieri. Questi protegge le attrezzature dei furti; ma soprattutto le mette a disposizione come nascondiglio per i partigiani della Val d’Enza.
Montecchio, già sede di presidio tedesco e dall’ottobre 1944 della Brigata nera è luogo difficile per i partigiani. Ma dall’inizio del 1945 anche in questa zona l’attività resistente si intensifica, come dimostrano l’incursione del 29 gennaio, per impedire un raduno bestiame, che consente di fare prigionieri 11 alpini; e poi l’attacco del 19 marzo, coordinato con le squadre di Cavriago e Bibbiano.
A guerra finita, dopo la Liberazione, il frantoio verrà gradualmente rimontato, riprendendo così l’attività lavorativa.

Riferimenti:
G.Barani – F.Ficarelli, Montecchio Emilia. La gente, il lavoro, gli eventi e le altre cose: immagini e documenti per una storia di paese, Red Coop, Montecchio 1981
R.Barazzoni, Val d’Enza in armi, Reggio Emilia 1991
F.Spaggiari, Montecchio Emilia: segni del tempo, segni della storia, Montecchio 1995
A.Canovi, Cento anni CCPL. Il racconto cooperativo di un Gruppo Industriale, Milano-Reggio Emilia 2004
L’ex frantoio di Montecchio Emilia www.novecento.org/didattica-in-classe/la-capolo-a-montecchio-metamorfosi-di-un-piccolo-mondo-1900/

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