L’attacco tedesco del 20 novembre 1944 al Ponte di Lugagnano

A Ponte di Lugagnano, il pomeriggio del 20 novembre 1944, cadde in un agguato il vertice della 47^ brigata Garibaldi, la “brigata dalla testa troppo calda” resa immortale da Ubaldo Bertoli, formatasi tra la primavera e l’estate di quello stesso anno (precisamente il 30 luglio, come indicato da Massimiliano Villa, il leggendario comandante “William”, nel libro “Dal Ventasso al Fuso”) dall’incontro tra le prime formazioni provenienti dalla sponda reggiana del fiume Enza (il distaccamento Don Pasquino) e quelle del Parmense (i distaccamenti Cavestro, Nadotti e Zinelli, cui si aggiunsero il Griffith e il Buraldi), la cui competenza territoriale copriva il versante occidentale dell’Enza, da Traversetolo fino a Palanzano, Monchio delle Corti e il confine con la Toscana.

Secondo le testimonianze di Ennio Fontechiari, dipendente della C.E.L.I in servizio alla centrale di Isola, e di Anna Ronzoni, che quel giorno era con Ave Melioli “Tita”, fidanzata di “William”, sulla Fiat 1100 color cenere del comando di brigata, dietro la curva che immette al Ponte di Lugagnano, si trovavano – come in una bara, sotto l’agguato di due fucili mitragliatori piazzati ai lati della strada – il ventisettenne Aldo Zucchellini “Ivan” di Palanzano, medaglia d’argento al valor militare (comandante); il ventisettenne Bruno Ferrari “Franci” di Langhirano, figlio di Giacomo Ferrari “Arta”, medaglia d’argento al valor militare (vice commissario); il ventottenne Remo Coen “Raffaello” di Parma, medaglia d’argento al valor militare (capo di stato maggiore); il ventottenne Giorgio Lambertini “Celso” di Neviano degli Arduini; la ventiduenne Ave Melioli “Tita” di Reggio Emilia, che era in avanzato stato di gravidanza.

Aldo Zucchellini “Ivan”, sergente alpino e reduce della campagna di Russia, meccanico formato nella scuola modenese, divenne prima comandante del Nadotti, e poi dell’intera 47^ Garibaldi, in ragione della sua maggior maturità ed esperienza. Il distaccamento si formò a Isola, frazione di Palanzano, – comune decorato con medaglia di bronzo al valor militare per attività partigiana – nella primavera del ’44 per impulso di suo padre Giuseppe Zucchellini, direttore della centrale idroelettrica. Un’altra figura di riferimento per la formazione dei primi gruppi partigiani in queste zone fu Ennio Bogliani, ex maggiore degli Alpini e rappresentante del CLN. I membri del distaccamento Nadotti erano ragazzi perlopiù di Isola, ex militari, in prevalenza alpini, che spesso si ritrovavano a casa di Michele Ponticelli, come Giacomo Ponticelli “Smith” (che dopo “Ivan” assunse il comando del distaccamento), suo fratello Domenico “Pull”, Luigi Ponticelli “Baule”, Giuseppe Ponticelli “Grandi”, Luigi Campelli “Clark”, Giovanni Campelli “Folgore”, che morì alle pendici del monte Caio negli stessi giorni del comandante Aldo “Ivan”, durante il rastrellamento di novembre, colpito mentre piazzava il suo mitragliatore Breda.

Ave Melioli “Tita” è nominata assieme ai compagni del comando della 47^ brigata Garibaldi nel cippo a Ponte di Lugagnano che ricorda i fatti del 20 novembre 1944. Di lei racconta Teresa Vergalli, di Bibbiano (RE), nel libro “Storie di una staffetta partigiana”: “una bella ragazza del mio paese, salita in montagna nei primissimi mesi, era la compagna del comandante del suo distaccamento e morì in una imboscata nelle colline parmensi. Aspettava un bambino e pare che i fascisti abbiano infierito sul suo corpo”.

E su di lei si sofferma anche Mario Villa “Montagnana”, che a vent’anni entrò a far parte del distaccamento “Griffith”, uno dei primi nuclei partigiani della provincia di Parma, attivo nella zona  del monte Montagnana, tra Calestano e Corniglio, nel suo “Diario dei giorni lunghi”, tracciandone un ritratto piuttosto dettagliato, che parte dalla famiglia d’origine per arrivare ai tratti caratterizzanti dell’aspetto fisico e del carattere. “La Tita – scrive Villa – era di Bibbiano, ed ivi risiedeva con la propria famiglia, idealmente antifascista, tanto che fu fra le prime ad aderire alla lotta di Resistenza e a divenire ben presto la prima base d’appoggio di quei nuclei operativi che William aveva costituito lungo la zona […]. Durante l’organizzazione dell’attività cospirativa, che gli era stata affidata, William dovette fare, necessariamente, fugaci apparizioni presso questa famiglia di compagni di lotta per quei contatti indispensabili che il suo incarico richiedeva. Fu nel corso di queste vicende che ebbe modo di conoscere la Tita. Essa, ovviamente, seguiva gli indirizzi politici dei propri familiari e portava a termine con entusiasmo e ardimento i compiti che anche a lei di volta in volta venivano affidati, cosicché in breve tempo, forse senza neppure avvedersene, era divenuta uno degli elementi più validi di quelle trafila di collegamenti e di informazioni che William stesso aveva organizzato. Bruna, non era molto alta, ma di bella presenza, dinamica e coraggiosa, svolgeva quei gravissimi incarichi con intelligenza e passione. E fu una guida sicura e audace per molti sbandati che si accingevano a raggiungere le formazioni partigiane combattenti sui monti reggiani. Fra i due, dopo un po’ di tempo, oltre ai normali rapporti di lotta, erano nati anche spontanei sentimenti amorosi. Appena finita la guerra avevano deciso di sposarsi per rimanere insieme per sempre, uniti nella propria famiglia. E questo era divenuto il progetto più sentito e il primo che intendevano realizzare, tra i loro disegni per il futuro. E si sarebbe realizzato se i tedeschi non l’avessero uccisa […] alla vigilia di diventare madre. Anche alla Tita non era stato possibile celare a lungo la propria attività all’attenta sorveglianza nemica e alle spie fasciste. Sicché nei primi giorni del maggio 1944 era stata scoperta. Fortunatamente quando i militi fascisti si recarono presso la sua casa per arrestarla essa si trovava altrove. Avvisata, poté pertanto mettersi in salvo fuggendo in montagna. E dove anche lei in quel momento avrebbe potuto trovare altro rifugio più sicuro per sottrarsi alla cattura e alla fine crudele cui l’avrebbero sottoposta? Raggiunse infatti William presso il “Don Pasquino” e, fin che le fu possibile, lo seguì in ogni suo spostamento, continuando la collaborazione e contribuendo al successo di diverse azioni di guerriglia intrapresi dal reparto, finché arrivò quel malaugurato giorno che segnò la sua tragica fine.”

Ave Melioli, compagna del comandante Massimiliano Villa “William”, era incinta al momento dell’agguato e nel libro “Dal Ventasso al Fuso” si ricava il dettagliato racconto della sua tragica fine, fornito dalla testimonianza di Anna Ronzoni: “Il giorno 20 ero a Isola in casa di Martino Ponticelli. Con me c’era la Tita che era la fidanzata di William. La Tita era in avanzato stato di gravidanza. Verso le 15, inaspettatamente, arrivò Ivan che ci invitò a seguirlo. Diceva che i tedeschi stavano per arrivare in paese. Sulla macchina c’erano Celso, Raffaello e Franci. La Tita prese posto davanti fra Celso e Ivan, mentre io mi sistemai di dietro tra Raffaello e Franci. Pochi minuti dopo la partenza pregai di i compagni di fermare la macchina perché volevo scendere. Ero piena di paura. I compagni mi rassicuravano. Così s’andò avanti. […] Poi c’era la curva che immette al Ponte di Lugagnano. Dietro quella curva ci attendeva l’agguato. I tedeschi ce li trovammo di fronte con due fucili mitragliatori piazzati ai lati della strada. Ogni reazione era impossibile. Eravamo tutti in una bara. Ivan ebbe appena il tempo di portarsi le mani nei capelli e dire disperatamente: ‘Annetta avevi ragione’. Mentre Celso bloccava la macchina, i tedeschi aprirono il fuoco. I vetri si frantumarono in migliaia di pezzi. Le raffiche colpirono contemporaneamente tutti i compagni che si riversarono fulminati uno sopra l’altro. Solo io ero incolume. Istintivamente mi rannicchiai sotto i sedili. I corpi di Celso, di Ivan, della Tita mi facevano da scudo. Muovendomi per abbassarmi mossi i corpi di Raffaello e Franci che mi caddero addosso. Restai ferma forse un paio di minuti. Sentivo colarmi addosso il sangue caldo dei miei sventurati compagni. Solo Dio sa quel che provavo. Trascorsi due minuti, s’avvicinò un graduato tedesco. Era alto e biondo. Diede un’occhiata dentro, aprì le due portiere di sinistra e con la pistola sparò un colpo alla nuca ad ognuno dei cinque compagni. Quando toccava a me il tedesco si accorse che ero viva. Abbassò l’arma, voltò le spalle e girò dall’altra parte della macchina. Aprì le portiere di destra. Rimosse il corpo di Franci e mi ordinò di uscire. Così fui fatta prigioniera. Intanto arrivarono altri due soldati. Uno di loro estrasse i corpi dei cinque compagni e li allineò sul ciglio della strada. L’altro che l’aiutava, quando vide agitarsi il grembo della Tita, ebbe una reazione d’orrore. ‘Mamma mia, questo non buono’, disse più volte. Poi, con gli occhi umidi, posò una mano sul ventre della Tita. La ritrasse solo quando sentì che il bambino non si muoveva più. Io ero stravolta”.

Teresa Vergalli, a proposito della rispettabilità delle partigiane, tiene a precisare: “Alcune delle ragazze della casa delle staffette erano fidanzate con partigiani o con comandanti e per questo erano escluse da altri approcci o corteggiamenti. Per quello che ho visto personalmente, eravamo circondate da grande rispetto. Può anche darsi che per mia inesperienza e goffaggine io non abbia saputo cogliere sfumature o deroghe. È vero che la situazione era poco romantica e comoda, ma i partigiani erano giovani e le ragazze pure. Non è possibile che siano stati tutti santi, ma come ho detto, io racconto solo ciò che so, o che mi è passato accanto”. Al rigore storiografico si accompagna la velata necessità di doversi in qualche modo giustificare, agli occhi di una opinione pubblica tutt’altro che aperta e rispettosa.

Irene Sandei (ANPI Monchio e Palanzano)

Torna in alto