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Frank fissa il vuoto, seduto con Ivan su un tavolaccio di legno scheggiato, aspettano il rientro dei compagni, e intanto stanno di vedetta lì.

A metà pomeriggio, il sole li ha appena lasciati a tremolare sopra le panche, un miserabile sole di gennaio, il cielo già pesante non promette nulla di buono.
- Brutte notizie sicuro – dice Ivan, i capelli biondastri di un riccio ispido che sembra pelo di cinghiale chiaro. Frank gli passa del pane secco, e pensa a Delia mentre l’altro ancora borbotta.
- I miei fratelli sono giù, e io qua a –
La sera prima, al tramonto, aveva fatto tutto lei, l’aveva trascinato dietro il casotto degli attrezzi, gli si era appesa al collo.
Frank, nero di occhi e di capelli, fronte bassa e corpo asciutto come un ramo secco d’inverno, sbatte le palpebre, per un istante a corto di respiro. Gli occhi verdi di Delia, di un verde torbido, degli abeti bagnati d’autunno.
- Senti, entriamo che magari al caldo ti torna la parola?
Sono appena in piedi quando sentono dei passi, i loro compagni poco più giù sulla collina.
- Ci sarà un agguato –dice il Rosso, un montanaro dalla voce sabbiosa e i ciuffi infuocati, appena li raggiunge e li supera per entrare nella baracca che hanno come base.

- I compagni di Vetto stanno organizzando un colpo, verso Casina.
Il Rosso è in piedi di fronte alla tavolata, la luce della lampada a olio lo illumina dal basso, i capelli sembrano muoversi insieme alla fiamma, gli occhi un unico cerchio scuro.
Frank pensa a quando aveva stretto il polso a Delia, e le aveva chiesto di sposarlo. Erano ancora arruffati dietro il capanno e quei suoi occhi torbidi si erano stretti, le erano spuntate quelle prime giovani rughe. Ogni tanto glielo diceva, che fare la staffetta la faceva ammalare. “Devi rimanere a casa”, le aveva detto anche ieri sera, “Mi fai morire d’ansia” “E tu invece?” “Cosa c’entra, io sono un uomo” “Sei un ragazzo”. Le aveva afferrato anche l’altro polso, e le aveva sorriso alzando un sopracciglio, in un modo che lei era arrossita e si era divincolata.
- Ci sono dei documenti in ballo. Sugli spostamenti dei tedeschi e le reti ferroviarie. Qualcuno deve raggiungerli, prendere i documenti e portarli al Cavo Fiuma, verso Poviglio, in pianura – il Rosso continua a spiegare, Ivan ha un’espressione che sembra già morto, Frank ha capito appena l’ultima parola, e tanto basta.
- Vado io – dice soltanto.
Il Rosso lo guarda con un misto di rispetto e sufficienza, dai suoi 25 anni, quel ragazzo gli sembra troppo giovane per una missione di quel tipo, ma Frank si alza per rendere chiaro il suo intento.
- Io vado, questo è un fatto. Anche da solo.
Il Rosso scuote la testa. Ivan, tra gli anziani, ha il viso del colore della carta straccia.
- C’è bisogno di qualcuno che conosca i compagni della Brigata Casina. Ivan, vai con lui.
Perché una cosa Delia aveva detto che l’aveva punto sul vivo. Non poteva sposarla senza gli anelli. La sua casa di famiglia era a Brescello, giù vicino al Po. Avrebbe portato i documenti in pianura, sarebbe passato da casa e nel giro di una settimana sarebbe rientrato.
Delia venne a sapere della missione il pomeriggio dopo: avrebbe rimpianto per tutta la vita di aver nominato la parola “anello”.

  Tra Ramiseto e Ventasso, martedì mattina.
Frank e Ivan camminano tra i boschi, tagliando la montagna, evitando con cura i sentieri noti. Nell’aria il freddo gelido di dicembre ed entrambi sono vestiti troppo poco.
- Perché diavolo ci hai ficcati in questa operazione?
Ivan batte i denti che ancora è mezzogiorno. Sono partiti con due pezzi di pane, per la sera dovranno trovare un posto dove stare.
- Sei troppo giovane, ancora con quella testa calda.
Frank cammina spedito sul crinale, il vento gli sferza la faccia ma lui sembra non sentirlo, se non fosse per gli occhi più stretti, le mani calate giù nelle tasche, a cercare del calore nella cucitura sfondata. Ha un mezzo sorriso sulla faccia.
- Macché giovane! E poi ti avrebbe mandato lo stesso.
Ivan gli è alle spalle, ha i polmoni che già gli bruciano di fatica.
- Anche Leonardo conosce quelli di Casina. Invece no. Siamo sempre insieme, io e te, a chi doveva chiedere? E poi solo non ti avrebbe mandato comunque, troppo piccolo.
Frank si ferma di botto.
- E basta con questa storia tutti quanti! Ho già fatto 18 anni-
- L’altro ieri
- ...ci sono staffette che ne hanno 15, o 14.
- Già morti o in prigione, che dio maledica i fascisti tutti. Ascolta, prendiamo l’interno, andiamo verso Rosano.
- Perché no? – dice Frank sorpreso dalla buona idea - Potremmo andare a Casa Marconi stanotte - di umore subito migliore. – Dici che c’è il dottore in sandali?
– Non so, è sempre in giro. E poi forse è troppo rischioso. – Si appoggia come per pensare ma sta riprendendo fiato - Meglio di no, passiamo Rosano e andiamo verso Legoreccio, c’è la casa di un contadino per stanotte, un casotto caldo, ci sono già stato. Scendiamo verso valle poi risaliamo passando da Vetto, ci fermiamo a Legoreccio che siamo già a metà strada e domani siamo a Casina.
C’è troppo silenzio intorno a loro. Non sentono più alcun cinguettio, fa cenno a Ivan di nascondersi e si mette a sua volta contro un tronco, nascosto tra le felci basse. Tasta la vecchia pistola appesa al fianco. Rumore di passi e mugugni verso il fondovalle, passi, ordini in tedesco. Serra tanto le mascelle che gli scricchiolano i denti.
- Hanno preso qualcuno dei nostri - bisbiglia.
Frank sembra pronto a lanciarsi.
- Toglitelo dalla testa. Abbiamo una missione.
- Al diavolo la missione, potrebbero essere nostri compagni.
Ivan gli afferra l’avambraccio e stringe. I ciuffi biondastri gli cadono sugli occhi azzurro-grigi, di piombo.
- Abbiamo una missione e faremo quello che ci è stato detto di fare, niente ragazzate. - Porco mondo fascista.

  Ramiseto, martedì sera.
Anna è stesa con la testa sul bracciolo, le gambe a penzoloni sull’altro lato della poltroncina. Devono averla lasciata così i suoi amici. Non ricorda come si sia ritrovata in casa, forse Giorgio l’ha portata dentro di peso, come quella volta che erano andati tutti insieme a guardare la luna, in mezzo ai filari. Stavolta era anche piena. Guarda le pareti in pietra della sala che ha ristrutturato e sistemato e levigato per la casa della nonna, le braci ormai spente nel grande camino. Quand’è stata l’ultima volta che si è trovata di fronte al fuoco con qualcuno? Al funerale della nonna non ha pianto, si è concentrata sulle parole del prete, l’anima che si unisce a dio su sfondo di ori e paramenti. Ma ora, in quella che è diventata la sua casa, fa fatica a trattenere le lacrime.
Raccoglie da terra il cellulare.
“C’è una festa a Ciano, ti aspetto qui. Paolo”
Uno che aveva conociuto in un bar, una settimana prima, amico di un amico. Non ricorda nemmeno se è bello o brutto.
Perché no.
Prende le chiavi della macchina, si chiude la porta alle spalle. Da Ramiseto a Ciano ci avrebbe messo almeno una mezz’ora, ma fretta non ne ha.

Accende il motore, gli amici hanno lasciato una bottiglia di grappa a metà sul sedile posteriore. La guarda incerta ma si sente già piuttosto offuscata. Ha la testa ovattata e leggera quando parte. Le piace guidare di notte, specialmente in montagna, sulle curve è come ballare, muove il volante con grazia fluida, destra sinistra destra, non come un valzer, più come una melodia, un lento, quasi una ninna nanna, chiude gli occhi un istante e quando li riapre, appena, ha di fronte a sé due caprioli, uno grande e uno piccolo, frena e sterza contemporaneamente. Finisce fuori strada.

Dopo un tempo che non sa misurare, apre la portiera e sbuffa, l’aria è fredda, i caprioli già lontani in mezzo agli alberi, le tremano mani e ginocchia, ha superato le quattro case di Vetto da poco. Fruga nelle tasche della giacca quando ricorda dove è il suo cellulare: sulla mensola del corridoio, accanto all'ingresso.
- Perfetto.
Si mette cuffia e guanti pesanti, per fortuna ha già scarponi e calzettoni di lana, comincia a scendere, le sembra tutto sommato di essere vicina a sufficienza da arrivare, trovare Paolo, farsi dare un passaggio su alla macchina, o a casa. Di guidare ora non se ne parla, e lei è sempre stata una camminatrice.
- Non sono troppo lontana – la voce le esce rauca e fuori posto in mezzo alla foresta, guarda la luna piena, fredda e lontana.

Cammina per inerzia un piede dopo l'altro. Non sa molto di boschi, alberi e animali, ma ha un amore intatto per la foresta. Aveva girato parecchio con la madre, che faceva un lavoro qui, uno là, mentre Anna non riusciva a farsi amici che durassero più di due anni di seguito, almeno fino agli studi a Ferrara, e poi a trovare la nonna, in montagna.
Cammina con la luna piena che la aiuta a non perdere la strada né a perdere il coraggio. Su una strada al buio di notte, ma si dice che non potrebbe succedere nulla di brutto in montagna.
Nell’andatura fluida e determinata con cui si muove sente rumore di passi e voci in una lingua che non è italiano e non è dialetto. Il respiro le si accorcia mentre si muove verso l’interno del bosco, lascia subito la strada.
Si nasconde dietro un tronco, si accuccia tra le radici, mentre sente altre voci concitate avvicinarsi, le sembra di riconoscere il tedesco, devono essere almeno tre o quattro persone, forse più.
Si maledice per aver lasciato il cellulare in casa, per essere stata distratta, per non essere stata lucida alla guida, per essere finita fuori strada e anche per aver accettato di andare a una festa miserabile a Ciano. Sbircia da dietro l'albero e vede degli uomini in divisa militare armati di pistola e mitra. Si rannicchia ancora di più con il cuore in gola. “Non è possibile...”
Le voci sono grida ora, di ragazzi, parlano dialetto, non capisce bene ma il suono del dolore lo riconosce, e rumore di pugni e calci anche, si forza a guardare di nuovo, dei ragazzi a terra, altri in piedi a prenderli a calci. Il cuore le si è fermato, ha la gola così secca che nemmeno volendo riuscirebbe a fiatare. Una figura in piedi si stacca dalle altre, prende la pistola dalla fodera, scansa i suoi uomini e spara a bruciapelo ai ragazzi. Anna urla, gli uomini si girano, lei chiude gli occhi. Sviene.

  Verso Legoreccio 30km, martedì sera.
Camminano arrancando per i monti coperti di ghiaccio e nevischio fresco, tenendo il crinale in silenzio. Per non pensare ai chilometri di sentieri maledetti e alle gambe che ormai non sentono più freddo e dolore, Frank si aggrappa al pensiero di Delia, alla prima volta che l’aveva vista, una donna staffetta. Ne aveva sentito parlare ma non ne aveva mai incontrate. Pensa ai racconti di lei, di quando i tedeschi la facevano passare perché non era che una ragazza, e lei andava sorridendo portando pistole nel reggipetto.
- Se ti sembra il momento di sorridere non hai paura abbastanza.
Ivan è intirizzito, le gambe gli si muovono a scatti dal freddo. Il sole è tramontato da un po’ ma c’è abbastanza luna da vedere ed essere visti. E un vento freddo che taglia la pelle. Avanzano con frustate di gelo sul petto e sulle orecchie.
- Dove hai detto che è il casale? – fa Frank stringendosi il bavero intorno al collo, ma ha le mani così fredde che più che altro si passa altro gelo.
- Là, lo vedi? Quel biancore dietro gli abeti.
Vanno avanti sul sentiero ghiacciato, attaccandosi ai rami per rimanere in piedi, per non cadere sulle ginocchia rigide.
- Speriamo che il vecchio cane sia morto. Abbaiava come un pazzo.
Frank fa una smorfia, ma se lo augura anche lui. Girano intorno al casale dalle mura scrostate, sul retro un casotto di legno con le finestre senza vetri, solo assi sgangherate.
- Dormiamo qui, svegliamo il vecchio domattina.
Si stendono sul terriccio asciutto, mangiano gli ultimi pezzi di pane, fanno in tempo ad avvicinarsi uno all’altro e già sono addormentati. Ivan ha il sonno dei morti, nero come un pozzo, senza sogni e senza incubi. Frank sogna di avere Delia accanto, e poi Delia che gli viene portata via, si agita per rincorrerla, ha gli anelli ma lei non c’è più, batte i piedi nel giaciglio, Ivan si scosta.

  Verso Vetto, martedì notte.
È successo di nuovo. Era da un po' che non aveva visioni, maledetta tara di famiglia. Quando si rianima, non c'è più nessuno.
Ricorda la prima volta. Era in strada, era una bambina, quando con la mamma era andata a vivere a Brescello. Aveva visto un’auto sbandare, andare verso la bambina che giocava a pallone contro il muro, l’aveva vista perdere il controllo e schiacciare la bimba. La palla era rotolata ai suoi piedi, che ancora nelle orecchie Anna aveva il rumore dei freni e di ossa che scricchiolano. Quando aveva riaperto gli occhi non c’era più niente. Ma il giorno dopo una bambina era morta davvero.
Visioni del futuro, visioni del presente, visioni del passato, non c’era differenza. La nonna le aveva detto che anche una persona che conosceva le aveva, una persona che aveva conosciuto quando faceva la staffetta nel ’44, su quei monti.
È da allora che Anna cammina. Cammina nei boschi, nei prati, lungo i fiumi. Circondata dal verde, sola. Il sole che si riflette nell’acqua, le papere che volano a filo canale. Il rumore delle foglie bagnate. Camminare per ore e ore e ore.

Cammina rimanendo nel bosco, tenendo la strada asfaltata alla sua sinistra, cercando di stringersi la sciarpa intorno al collo, con la luna piena a illuminare ogni ramo nudo. Con la nonna non aveva più parlato delle visioni, e ora non avrebbe potuto più.
Qualche tempo prima, nel letto, quando ancora riusciva a parlare, aveva balbettato qualcosa sulla pianura. “La pianura verso il Po”, aveva detto, e poi quel nome.
La nonna aveva cresciuto sua mamma da sola, sua madre invece si era sposata giovane, e si era separata presto, finendo per rimanere sola piuttosto anche lei. La nonna era così forte che bastava per tutti, Elisa, invece, sua madre, era di una pasta meno resistente, e lei, Anna, forse era più sottile ancora. Nonna Delia non aveva mai detto a nessuno cosa fosse successo al nonno, forse non lo sapeva nemmeno lei. Sua madre era sicura che fosse qualche comandante di Brigata che l'aveva messa incinta sui monti, per poi sparire finita la guerra, magari per tornare alla propria famiglia chissà dove. Di sicuro la nonna non l'aveva mai dimenticato, altrimenti perché non sposarsi più. E il nome ancora e ancora, sussurrato nel sonno e nella malattia.
Tutti quei segreti.

  Verso Casina, mercoledì mattina.
La mattina li sveglia un silenzio improvviso e sinistro, come fossero passati nell’aldilà senza accorgersene.
Ivan è il primo ad alzarsi. Frank ha gli occhi cerchiati.
- Andiamo a cercare la colazione.
Ma il vecchio non sembra avere intenzione nemmeno di aprire la porta.
- Chi siete?
- Partigiani. Avete un pezzo di pane per noi?
- Di che base siete?
- Ramiseto, ma ci spostiamo molto.
- E dove andate?
Frank comincia a maledire Ivan per la notte al freddo e la colazione mancata.
- Al fiume – risponde Frank.
- Che fiume? Siete pazzi? State lontano da Ciano, i tedeschi sono là con la scuola nuova. E lasciate perdere San Polo, anche, tra i monti là c'è una villa con dei pezzi grossi, sempre sorvegliata.
- No, al Po.
Il vecchio rimane a guardarli in silenzio.
- Come hai detto che ti chiami, tu?
- Frank.
Quando li fa entrare comincia a raccomandarsi che non vadano in pianura, che è pieno di tedeschi, dappertutto, che è gente che tortura, che troppi giovani sono in prigione, ma Frank e Ivan sono concentrati sul pane e lardo che gli ha preparato.
- Lardo... non ricordavo nemmeno più che sapore aveva – dice Frank estasiato.
Il vecchio li guarda mangiare in piedi, sbatte le dita tra loro in un ticchiettio continuo, e giù occhiate alla finestra.
- Mi hanno ammazzato il cane. Dovete fare in fretta.
Quando escono ha iniziato a piovere. Vanno per il bosco, puntano Casina, sotto la pioggia fine che rende il terreno un fanghiglio unico, scivoloso di foglie e terriccio, a ogni passo faticano a star dritti in piedi, si fermano a ogni rumore. Un cane abbaia in lontananza. Passi poco lontani. Quando vedono due figure abbastanza vicine da riconoscerne la casacca, escono allo scoperto.
- Questi monti sono più affollati di Reggio – dice uno dei quattro uomini apparsi da dietro il crinale, un uomo alto, sulla giacca ha ancora delle macchie di sangue. Frank le guarda in silenzio. – Ivan, vecchia volpe.
L’uomo gli dà una pacca sulla schiena, Ivan si piega per attutire il colpo ma dall’espressione del viso non sembra aver funzionato.
- Leo, come stai?
Ma quello salta i convenevoli.
- Ne abbiamo uccisi tre, l’avrete sentito. Quei maledetti andavano tranquilli con la loro auto per le nostre strade.
- Uno era un capitano- interviene un biondino smilzo, dietro al primo.
- ...della scuola anti-ribelli, che dio li stramaledica – un altro della brigata.
- Ci uccidono come conigli-
Si scambiano dettagli di brigata e basi, Ivan li informa sulla salute del Rosso, sui propri movimenti.
- Bene –conclude Leo- allora portate questi a Poviglio. Chiedete del Nero, vi dirà lui a chi consegnare.

  Ciano, mercoledì mattina.
La testa le si è schiarita da paura e visioni, camminare la fa sentire leggera. La luna comincia a tramontare e lei segue i sentieri nei boschi. La festa a Ciano, ora, le sembra l’ennesima pessima idea.
Sarebbe andata a casa di sua madre, a Ciano pure quella. Camminando verso l’alba.
Le viene in mente un episodio. Era piccola, in casa un'estate con la nonna. Dormivano insieme sul lettone, era il pisolino pomeridiano e stavano strette una accanto all'altra. Anna ascoltava i gorgoglii dentro la pancia della nonna, sembrava sempre che lì dentro ci fossero delle battaglie mentre la nonna dormiva.
- Dove sei? - disse all'improvviso agitata, la voce flebile, impastata – è colpa mia... È colpa mia…
Poi si era svegliata di botto.
- Nonna, era un incubo – le aveva detto. Ma lei aveva gli occhi lucidi. L'aveva stretta a sé, le era uscito un singhiozzo.
Quando la mamma era tornata a prenderla ed erano sole in auto le aveva raccontato tutto.
- Perché la nonna era triste?
La mamma l'aveva guardata, come faceva lei quando guidava, che quasi Anna voleva dirle di guardare la strada e non lei.
- Forse pensa ancora al nonno...
- E dov'è?
- Chi lo sa
- Tu non l'hai mai visto?
- No. Ma c'è una foto. Però non devi dirlo alla nonna.
Quando arriva a Ciano il sole sta sorgendo. Entra in casa il più piano possibile, la cittadina sta cominciando ora a svegliarsi, se va bene Elisa sta dormendo della grossa. Guarda in camera della madre, ed è vuota. “Meglio così”, pensa, e si mette a dormire sul suo letto.
Pensa a quando erano tornate, lei e la madre, a casa della nonna ed erano andate di nascosto in camera sua. Avevano aperto il cassetto del comodino, frugato tra le caramelle al miele, quelle alla menta, e fazzoletti, in quell'odore di violetta e lavanda che Anna non avrebbe mai più trovato altrove, ed ecco una piccola foto sbiadita.
Un ragazzo dai capelli neri, gli occhi neri.
“Alla mia Delia, mio grande amore, per sempre. Frank”

  Verso Canossa, mercoledì pomeriggio.
Da Casina cominciano a scendere verso Vercallo, ma non puntano subito all’Enza, si tengono sui monti passando sotto il Castello di Canossa. Frank vede in un lampo la situazione quale è: se i tedeschi li prendessero con i documenti sarebbero fucilati all’istante, o torturati prima. Non che senza i documenti sarebbe stato meglio. Ora però pensa a Delia che ha lasciato lassù, e spera solo di rivederla presto, di rivederla un giorno.
Nevica da stamattina, Ivan ha smesso di parlare, la pelle gli è diventata bluastra. Ogni tanto tossisce in un modo che sembra debba sputare i polmoni, ma dalla bocca gli escono solo bestemmie. Il sentiero è ghiaccio sotto i loro piedi, mentre si tengono sui crinali per arrivare a San Polo. C’è una casa lì, con dei contadini che ospitano partigiani. Guarda la neve bianca che si è lasciato alle spalle e ha un’orribile sensazione, il bianco ha il sapore del lutto, che lo riempie di una nostalgia senza fondo per il futuro che potrebbe non avere, e intanto sente i suoi stessi passi come fossero quelli di qualcun altro, arrancare lungo il sentiero.
E invece sono quelli di qualcun altro.
Ivan si è già schiacciato contro un tronco, lo fissa con occhi stralunati, pronto a gridare, ma lo implora, muto, di nascondersi. I passi si avvicinano, un passo spedito ma non marziale, il suono rilassato di una passeggiata al freddo. In Frank si installa l’assurda speranza che sia un anziano del posto, una donna, un bambino perso nel bosco, e si sporge da dietro il tronco.
Divise tedesche. Fa cenno a Ivan, che tira fuori l’arma malandata dalla cinta, Frank fa lo stesso.
Scendono, i due tedeschi, dal castello di Canossa, parlando, passandosi un foglio, non si capisce se si stiano scambiando chiacchiere o ordini, le facce inespressive come sassi. E poi Frank vede Ivan mettersi la mano davanti alla bocca, Ivan spingere il palmo contro la bocca, gli occhi di Ivan farsi lucidi, la pelle sempre più rossa, e quando capisce, Frank, ha un sussulto.
Ivan ha un colpo di tosse che sembra più il ciocco del ghiaccio che si spacca, i polmoni sfregati e asciugati dal gelo. I tedeschi si fermano all’istante e li vedono.
Ma Frank comincia a gridare e dietro al tronco a lanciare sassi, Ivan fa lo stesso, lancia grida e rami dietro di sé e intorno a sé, e i tedeschi sono disorientati, e invece che correre in avanti con la pistola spianata, si nascondono a loro volta, credendo chissà quanti partigiani a percorrere quei sentieri crepati. I secondi che ci mettono a nascondersi Ivan li riguadagna in prontezza, in un attimo è su un tedesco, Frank sull’altro. Li colpiscono con il calcio della pistola, non sparano, hanno paura che ce ne siano altri. Gli rubano le armi.
Frank raccoglie il foglio che si stavano passando, una specie di ritratto da una parte, un uomo vestito di nero, e la pianta di un castello dall’altro.
- Dici che è un documento? – chiede a Ivan.
- A me pare un disegno.
- E se invece fosse un qualcosa in codice, che ne sai?
- Fai quello che vuoi, basta che andiamo.
Frank getta il foglio, con la sensazione di aver fatto la cosa sbagliata.

  Verso San Polo, mercoledì pomeriggio.
Quando si sveglia, nella camera di sua madre con gli scatoloni dell’ultimo trasloco ancora intatti da un paio d’anni a questa parte, Anna si sente inquieta. Non vorrebbe avere sua madre intorno, ma nemmeno riesce a sopportare quella nuova solitudine.
La nonna è morta. L’ha cresciuta lei, le leggeva le favole la sera in montagna, seduta in giardino d’estate, le preparava da mangiare quando la mamma era via. Eppure per lei non è mai stata altro che la nonna. Non si è mai chiesta cosa provasse per il nonno sparito, non le ha mai chiesto se stava bene da sola, cosa pensava la notte prima di addormentarsi. Lei staffetta, lui partigiano, morto andando verso il Po? Chissà se era morto davvero. Poteva essere passato lungo l’Enza.
Non lascia traccia dietro di sé, esce in silenzio com’era entrata e va verso il fiume, da lì si tiene la sponda sulla sinistra.
Sale un vento quasi tiepido in quel giorno brillante, e presto intravede San Polo, quando la prende una specie di vertigine. Si lascia cadere sulle erbacce. Gli occhi le si chiudono, fa un respiro profondo, l’aria ghiacciata le riempie i polmoni, fino ad arrivarle ai piedi congelati.
Quando apre gli occhi si trova di fronte un ragazzo dai capelli e occhi neri:
- Frank – sibila.

  San Polo – Bibbiano, mercoledì pomeriggio.
Hanno raggiunto il fiume vicino a San Polo, cercano un casale che conosce Ivan, vicino a un canneto. Frank ha sentito un rumore, non dei passi o degli spari, forse una voce. Gli sembra che una voce abbia detto il suo nome, ma non c’è nessuno.
- Dobbiamo andar via di qua – dice a Ivan, guardandosi intorno, cercando qualcuno.
Avanzano per i campi gelati e deserti, muti come cimiteri. Seguono i filari dei faggi, i campi e i canali. Una campana suona cinque rintocchi.
- Dev’essere quella di Bibbiano – fa Ivan, la voce rotta dal freddo. – Se la sentiamo siamo troppo vicini.
Frank guarda a est, con il cuore gelato come le dita dei piedi.
- Non hanno smesso l’estate scorsa?
Ivan guarda fisso a est a sua volta, come cercando le torrette, le ombre dei mitra, il filo spinato a quella distanza.
- Dì, non hanno smesso di portarci gente, lì al campo di Bibbiano?
- Ci hanno messo un mio zio. I miei sono di Cavriago. Non so che fine abbia fatto.
Frank ammutolisce.
Tagliano di nuovo per i campi verso il fiume, il sole sta tramontando, almeno non c’è più neve. Solo ghiaccio e fame.
- Dobbiamo fermarci a Montecchio.

  San Polo – Sant’Ilario, mercoledì sera.
Anna maledice sé e le visioni. Quello era l'uomo della foto della nonna. Le tremano mani e gambe, rimane seduta sull’erba.
Ricorda.
Ricorda la nonna che raccontava gli episodi di guerra, di lei e i suoi amici partigiani, un episodio l'aveva colpita. Di un ragazzo, a Boretto, circondato dai tedeschi in un casello, che aveva sparato tutte le cartucce e tirato tutte le granate, senza poterli finire, tutti i tedeschi che lo accerchiavano. L'ultimo colpo di pistola lo aveva tenuto per sé.
Si scuote come se avesse sentito lo sparo, con uno scatto delle articolazioni.
Si sente come se non avesse più presa sul presente, come se potesse girarsi e trovarsi circondata dai tedeschi, come se non fosse sola.
Il ragazzo dai capelli neri, se fosse l'uomo della foto, quello sparito quando la nonna era incinta, allora sarebbe suo nonno. E lei non sa nemmeno il suo vero nome.
Era sparito prima che Elisa nascesse, doveva essere il 1944 o 1945.
Torna a seguire il fiume, l’acqua le calma i pensieri. Non ha più la nonna, non sa dove sia sua madre, non ha parenti. La macchina ferma da qualche parte tra Vetto e Ciano, qualcuno l’avrà notata, forse qualcuno la sta cercando. La nonna la chiamava tutte le sere.
Si sente sola e libera, ma di una libertà glaciale.
Quando arriva a Sant'Ilario il sole è sceso, nessuno in giro. Prende per il paese, le gambe ormai la reggono poco. Appena dopo una rotonda, il cuore le si ferma. Al posto della strada ha di fronte agli occhi una distesa di campi innevati, ma il bianco è punteggiato di rosso, il rosso sono pozze, vicino alle quali distingue corpi cianotici, gonfi, morti. E su ogni corpo di quelli che conta sono venti ragazzi, su ogni corpo una serie di buchi, pallottole di fucile, di pistola, buchi rossi cerchiati di nero.
Si appoggia al muro, il campo visivo le si stringe velocemente, ha le mani fredde e sudate, chiude gli occhi. “È una visione, è una visione, è una visione” si ripete in testa.

  Tra Montecchio e Sorbolo, mercoledì sera e giovedì mattina.
Arrivano al casale passando vicino al frantoio di Montecchio, sempre in funzione, tutto il giorno, e il posto dove dormono è al caldo, una stalla con animali e fieno, e per la prima volta da settimane Frank e Ivan passano la notte senza battere i denti. Quando escono il freddo è umido, si attacca addosso come un lenzuolo dimenticato sul filo, d’inverno. Ivan torna a tossire in botti che gli raspano la gola.
- Vuoi andare a Cavriago a vedere i tuoi? Siamo vicini – dice Frank una volta ripartiti e sfamati dal contadino della stalla.
- Frank lo guarda di sbieco, un cenno di speranza, o forse un moto di entusiasmo, improvviso, subito spento.
- Sei pazzo. Non hai sentito cos’è successo ad Amos? Era appena a Rivalta, e chissà se è ancora vivo. - Lo conoscevi bene? – Frank torna a camminare per i campi, dritto, testa bassa.
- Mio zio andava sempre a Casa Zanti, poi mi raccontava della stamperia, dei compagni... – Lo sguardo gli si fa tetro, dà un colpo di tosse. – Seguiamo l’Enza fino a Sorbolo, ci fermiamo lì poi tiriamo per Poviglio. – Poi non parla più.
- Maledetti fascisti.
Frank torna a pensare alla sua missione privata, se dirlo a Ivan e come. Sorbolo sarebbe più vicino a Brescello di Poviglio, ma come fa ad allontanarsi?
Pensa agli anelli, suo padre li aveva lasciati per lui, il primogenito, prima di partire per la guerra, l’ultima volta che erano arrivati suoi messaggi era in Russia. Delia gli piacerebbe molto, ne è sicuro.
Camminano lungo l’Enza, che a tratti è una pozza di fango ghiacciato, si tengono lungo il canale nel fitto dei pioppi, per stare lontani dalla strada. Raggiungono la ferrovia che taglia il fiume, un ponte totalmente scoperto, un ponte sull’Enza che come un sogno a occhi aperti Frank vede ridotto in macerie, e invece è ancora lì.
- Corri avanti e io ti copro – gli dice Ivan – Niente storie.
È allora che sentono carri in avvicinamento, un convoglio, la terra trema sotto i loro piedi, una perlustrazione o uno spostamento, vanno verso Parma.
Frank e Ivan corrono di nuovo nel fitto e pregano di non essere visti.

  Sant’Ilario – Gattatico, mercoledì sera
Gattatico – Sorbolo, giovedì mattina.

Quando riapre gli occhi la rotonda è al suo posto, le case anche, e non c'è più nessuno dei cadaveri. Ha bisogno di riposare, mangiare e dormire. Ha un amico a Gattatico, spera quasi che non sia in casa.
E invece dopo nemmeno un’oretta di cammino, Alessandro le apre la porta, e il loro rapporto è rimasto così trasparente e intonso negli anni da non stupirsi troppo di niente, né da aver bisogno di spiegazioni. Passa la notte sul divano senza dover accampare scuse o subire domande di alcun tipo.

E ora colazione a base di biscotti fatti in casa.
- Così hai fatto tipo 40 km in due giorni? Potevi provare con la Via degli Dei, più suggestiva, dicono.
Ma dal bordo scheggiato della tazza di caffè, gli occhi scuri le sorridono brillanti.
- Ma lì non ci sono i partigiani. Credo.
Ale arriccia le sopracciglia.
- Neanche qui al momento, mi risulta.
E dà un’occhiata furtiva, come un riflesso automatico, fuori dalla finestra, da cui intravede quella che una volta era la caserma, un edificio giallo, oggi sembra insignificante, eppure.
Anna beve il caffelatte, mentre ad Alessandro la parola “partigiani” fa venire in mente una storia sepolta negli anni.
- Ti ho mai detto che mio nonno era amico di uno dei figli dei fratelli Cervi?
Anna scuote la testa. - Non devo dirti chi sono, giusto? – Anna non batte ciglio – I sette fratelli antifascisti uccisi tutti...
- Ho detto che non li conosco?
- Mio nonno si chiamava Elia.

Racconta, e mentre racconta gli sembra di essere diventato suo nonno, che gli raccontava quella storia quando era lui, Alessandro, ad avere 10 anni, e se la faceva raccontare spesso, anche se il nonno poi si intristiva.
A 10 anni andava a giocare al casale dei fratelli Cervi, i suoi genitori erano amici di tutti i fratelli, e anche di Alcide e dei compagni Ferrari e Cocconi, di Campegine. Elia era sempre con Giovanni, uno dei tanti bambini che ruzzolavano intorno al casale, lo seguiva nei campi, nella stalla, a giocare a nascondino, a spiare le bambine, a rubare i frutti, finché la mamma di Giovanni non lo richiamava al telaio.
- Mio nonno voleva giocare ai partigiani, e invece Giovanni doveva andare dalla mamma al telaio, e così lo seguiva anche lì ma poi si annoiava ad ascoltare le ciance delle femmine. Diceva così, le ciance delle femmine.
E Anna pensa a sua nonna, chissà cosa faceva lei a 10 anni, sapeva che giocava con le altre bambine al campanone, che disegnavano una campana col gessetto, e poi lo tiravano e dovevano andare a raccoglierlo e tornare saltellando su un piede solo. E poi che andava male a scuola perché si annoiava.
- Un giorno mio nonno si è arrabbiato. Era già pomeriggio, ma i suoi erano ancora a parlare e non sembrava che avrebbero smesso a breve. E Giovanni doveva andare al telaio, allora mio nonno gli ha detto “Perché non ti metti anche la gonnella così puoi fare le ciance tutto il giorno”, e Giovanni aveva fatto il broncio ed era andato via.
Quando il nonno gli diceva quelle esatte parole gli veniva ancora, dopo 70 anni, una smorfia del mento, una piega del labbro inferiore, poi guardava altrove. Ma questo non lo dice ad Anna, e non le dice nemmeno quello che successe dopo, il fuoco, la morte e la paura.
Rimane in silenzio, invece, e Anna pensa che sia imbarazzo, allora cambia discorso e ci aggiunge il suo, di imbarazzo.
- Mia nonna diceva che il padre di mia madre era scomparso durante una missione verso la pianura, ma io e mia mamma non le abbiamo mai dato retta...
Alessandro torna a metterla a fuoco dopo almeno mezzo minuto di transizione, da ieri a oggi, tanto basta a fargli tornare alla memoria il resto, e a uscirne.
- Il padre di tua madre era un partigiano, oltre che tuo nonno.
E Anna si chiede quale sia la sua tara, un bel ragazzo, gli occhi tristi, così solo.
- Mia mamma è convinta che un partigiano l’abbia messa incinta e poi sia tornato dalla sua famiglia, e chissà perché ho creduto a lei. Però adesso mi sembra di vedere i partigiani e anche la nonna in un altro modo...
- E nessuno ha mai saputo niente? Se è stato catturato o ucciso, il corpo sarebbe dovuto saltar fuori.
- Niente di niente.
- Niente di niente.
- Voglio andare verso il Po.
E in realtà lo sta facendo da due giorni ma adesso lo sa anche, e nel momento in cui lo sa, si lascia il tempo di rilassarsi.

Torna verso l’Enza. L'acqua la aiuta a respirare, a tenerle la testa ferma al qui e ora, non ora 2018, non ora 1944 o 1945. Ora come l'istante in cui riempie i polmoni, ora come l'istante in cui li svuota, ora come l'istante in cui tutto è possibile, che Anna abbia visto suo nonno giovane accanto a lei, ora come la possibilità che se lo trovi di fronte ancora. Ora come l'eventualità che la vita possa aprirsi alla bellezza misteriosa senza finire accartocciata su progetti immobili e passate delusioni.
Guarda il fiume, e non si sorprende quando intravede quella figura scura, ancora, vicino a lei, parlare con qualcuno.
“Il Nero è a Boretto.”

  Sorbolo, giovedì pomeriggio
Sorbolo – Brescello, giovedì notte
Brescello, alba venerdì.

Passa un convoglio intero lungo la provinciale accanto al fiume, Frank e Ivan immersi nel fango fino alle ginocchia. Aspettano di non sentire più l’aria vibrare attraverso la ferrovia e solo allora corrono. Si tengono sul fiume anche quando serpeggia per la campagna, non tagliando per i campi ghiacciati, meglio stare nascosti. Arrivano vicino a Sorbolo che è pomeriggio. Cercano la base di zona, un casale in mezzo ai pioppi. Un ragazzo, la casacca impolverata e mezza stracciata come la loro, una pistola appesa alla spalla, è seduto su una panca, vicino a un fienile, fuma in silenzio. Ivan e Frank si presentano, altro scambio di notizie, chiedono del Nero.
- Il Nero è a Boretto.
Frank non riesce a credere al colpo di fortuna.

È il comandante di brigata poi che li porta verso un giaciglio, dentro al fienile, dà loro del pane e della polenta.
- Stanotte dormite qui ma domattina dovete andar via presto, qui non è sicuro.

Più tardi, Frank fa finta di addormentarsi, il piano si è manifestato senza nemmeno pensarci. Sarebbe corso via, avrebbe raggiunto Ivan a Boretto la mattina dopo, rapido e indolore. Certo, gliene avrebbe dette parecchie, la solita bravata, sei il solito ragazzo, ma nulla più. Quando sente Ivan russare, si alza. Al ragazzo di guardia dice di riferire al suo compagno che doveva andare a controllare che i suoi fossero ancora vivi, che si sarebbero incontrati a Boretto la mattina presto.
Mentre corre per i campi, con il freddo che gli ghiaccia mani e piedi, sente una voce sottile dirgli di non andare, di lasciar perdere. Ma lui punta dritto per Brescello, in un paio d’ore nemmeno è lì. Non c’è anima in giro.
Ha il cuore in gola mentre gira intorno al paese, chiedendosi quanto sia rischioso raggiungere la casa di famiglia, così vicina alla piazza principale dove stanno i fascisti. Passa tra le stradine dalle case basse del centro, cammina piano, raso muro, guardandosi di fronte e alle spalle in un moto convulso. Il cuore che per non far rumore quasi non batte più.
E poi è sotto i portici, la chiesa sulla sinistra, il Municipio di fronte, è tutto buio. Corre sulla stradina alla sua sinistra e la vede, la casa familiare. Scavalca passando sul retro, raggiunge il cortile del piano terra, aveva escogitato un trucco per aprire la finestra del bagno quando era bambino e ancora funziona. Scavalca in un soffio ed è dentro.
Si lascia riprendere il respiro appoggiato al muro, inspirando odore di casa e umidità e chiuso.
C’è troppo silenzio. Si aggira per la casa buia che conosce a memoria, dalla finestra socchiusa entra un filo di luce, appena sufficiente per illuminare i teli bianchi sopra i divani, e la madia impolverata. Respira appena. Sale le scale, anche le camere sono vuote. C’è un freddo di tomba.
Torna giù, va dritto verso il camino, nel nascondiglio creato dal padre trova il fazzoletto con gli anelli. Un botto alle sue spalle gli fa fare un salto. Il vento ha fatto sbattere gli scuri. Un rivolo di sudore freddo gli scende per la schiena, il cuore ricomincia a battere.
Ha gli anelli in mano e deve andarsene, questo è il piano.
Quando è fuori, corre cercando di fare meno rumore possibile, sotto la luce che si fa metallica, una voce in testa gli chiede perché dovrebbe tornare a Sorbolo, o a Boretto. Se sono gli anelli quello che vuole, perché non tornare in montagna, subito. Da Delia. E sperare di superare l’inferno.
- Maledetti fascisti – dice al vento.
Ma nel frattempo deve di sicuro riattraversare il fiume, e in qualche modo il cielo di là da Poviglio ha una sfumatura più acciaio che notte fusa, già gli pare di riconoscere l’acqua invece che sentirne soltanto il moto inevitabile.
L’alba è il momento peggiore.
Si muove così lentamente che cerca di non scostare nemmeno i fili d’erba, pochi e intirizziti. E poi una vibrazione, sotto i piedi, nell’aria tra gli alberi. Un rombo. Il cielo è una lastra di grigio compatta e bassa, nessun cumulo all’orizzonte. Ma alle spalle vede un ammasso in movimento, puntare verso di lui, venire da Brescello. E non riesce a crederci e non è possibile. Un carro armato a quell’ora, senza niente e nessuno intorno non è possibile.
Si passa la mano tra i capelli. Non c’è riparo, una collina, un bosco, il fosso del fiume troppo basso per nascondersi. Inizia a correre.
Corre guardandosi le spalle a ogni falcata, pur sapendo che guardando rallenta e inciampa, eppure si volta e guarda, e riesce quasi a distinguere il modello, accidenti a quel fanatico di Ivan che gli inculca nozioni di cui non vorrebbe sapere nulla. Invece si trova a chiedersi se non sia uno Sherman, mentre si rende conto più che altro di non avere riparo, l’alba sta per spezzare la notte già chiara. Gli sembra di scorgere all'improvviso una calca intorno al carro armato, che non sembra di camicie nere, né di uniformi. Sembrano persone piccole, anziani anche. Ma non si lascia il tempo di interrogarsi e continua a correre mentre salta nel fiume, corre e si gira correndo, mentre l’acqua gelata gli irrigidisce le gambe, scivola nel fango, gli sembra di sentire voci e sibili, continua a correre senza fiato, non ha già più le forze dopo la notte in giro, senza cibo. Cade a terra prima del pioppeto.

  Sorbolo - Boretto, venerdì mattina.
Dalla voce che aveva sentito il giorno prima, Anna ha un pensiero fisso, irrazionale e granitico. Che se il nonno, in quel gennaio 1945 era vivo, poteva ancora tornare da nonna Delia, e tutto poteva essere diverso.
Va verso Boretto lungo l’Enza, che ormai è un percorso predestinato, per lei soltanto. E ogni chilometro, ogni passo in avanti, la avviluppa in un senso di inevitabilità. Segue l’Enza come una storia già scritta di cui in fondo sa già il finale, perché tutti i bei finali sono tristi, e la nonna non merita un brutto finale.
Quando arriva a Boretto ricorda quando da bambina la nonna l'aveva portata da quelle parti. Le sembra di avere 9 anni e 30 contemporaneamente, la strada sterrata è deserta, ora come allora, e la casa abbandonata, quello che era il Casello, illuminata da un sole limpido e spietato, ha appena un colore più acceso. Eppure la nonna non è con lei, non può più stringerle la mano rugosa come faceva allora, né sentire più la sua voce.
Si appoggia a un albero, strozzata dall’improvvisa mancanza, ha un momento di vertigine in cui deve chiudere gli occhi, la testa le gira a vuoto. E quando li riapre sente delle grida, il sole la acceca e si nasconde vicino al canale dietro un albero, a terra. Le grida sono in italiano e tedesco, insieme ai colpi di fucile e di pistola. Si tiene la testa tra le mani. Chiude gli occhi e li riapre, finché non si ritrova accanto l'uomo dai capelli neri, suo nonno.
Lo vede nascosto nel letto di un corso d’acqua, indietro rispetto al Casello, cerca qualcuno con lo sguardo, lo sente in mezzo agli spari, come la sua voce fosse collegata direttamente a lei, un bisbiglio che passa lo spazio e il tempo per raggiungerla.
“Il Nero è lì, forse anche Ivan”.
Lo vede rimanere in piedi qualche secondo ancora, e poi inginocchiarsi mentre i tedeschi, più avanti, urlano e sparano. Lo vede mettere qualcosa dentro un fagotto, grattare per terra, scavare e sotterrare e poi di nuovo spostare la terra. E intanto altre granate, e spari e proiettili verso il casello e dal casello, un assedio.
Il rumore le dà fastidio alla testa ma ancora lo vede alzarsi, correre verso gli alberi, suo nonno con la pistola in mano, mentre una raffica di mitra viene sparata da chissà dove e lo colpisce. Lo vede cadere nel canale, il suo corpo portato via dall'acqua, lo immagina ma è come se lo vedesse, il cadavere del nonno mai conosciuto trasportato lungo il canale, passare attraverso la diga malridotta, raggiungere il Po, gonfiarsi e imputridire, mentre viene trascinato verso il mare.

Scuote la testa ed è di nuovo sola, intorno un sole ghiacciato e silenzio.
Va verso il punto dove il nonno era in ginocchio e scava. Scava manciate e manciate di terra prima secca poi umida. Quando cominciano a farle male le dita, sente della stoffa sotto le unghie. È un fagotto. Dentro ci trova due anelli. Qualcosa si alleggerisce dentro di lei. Segue l'argine del fiume per un paio di chilometri ancora finché non arriva al Po.
Si prova l'anello più sottile, è della sua misura.

FINE

IL RACCONTO DI UN VIAGGIO LUNGO IL FIUME ENZA PER SCOPRIRE PERSONE E LUOGHI PROTAGONISTI DELLA LOTTA PER LA LIBERTA'

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